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Una stagione di scontri?

Dopo i durissimi scontri tra FIS e atleti sul tema materiali, alla prima occasione i campioni dello sci alpino hanno avviato la stagione delle polemiche e della fermezza. Quando è successo a Beaver Creek è, probabilmente, il primo episodio di una stagione di attriti.

Gli atleti vogliono dire la loro sulla sicurezza delle piste e dei tracciati. Si sono opposti in molti alla disputa della prima prova cronometrata sulla Birds of Prey e hanno chiesto delle modifiche, possiamo immaginare, in modo piuttosto rigido.

Il carattere forte e autoritario di Hujara, contro la personalità di alcuni atleti come Miller, Cuche, Svindal.

Speriamo che questi scontri portino davvero un maggior dialogo, maggiore attenzione al tema delicato della sicurezza e benefici in termini di spettacolo e fluidità nello svolgimento di belle gare.
E non un continuo muro contro muro che non potrà che fare del male a tutto il sistema sci.

Ecco il comunicato della FISI

Il tema della sicurezza torna prepotentemente al centro delle cronache alla vigilia della prima prova cronometrata in vista della discesa maschile di Beaver Creek. L’allenamento che avrebbe dovuto aprire il lungo weekend sulla pista del Colorado è stato annullato dopo che due dossi sono stati ritenuti troppo pericolosi da una delegazione di atleti capeggiati da Bode Miller. Il campione americano ha parlato a lungo con Guenther Hujara, Chief Director della Coppa del mondo maschile, per convincerlo a mettere in sicurezza le zone incriminate, ma di fronte al rifiuto dello stesso Hujara a far entrare i gatti della neve, i discesisti hanno deciso di scendere in pista. Una scelta che non è stata condivisa da tutti gli iscritti alla competizione, in quanto ritengono di non essere stati interpellati.

A questo punto tutto è rimandato alla seconda prova di mercoledì 30 novembre che vedrà al via Werner Heel, Christof Innerhofer, Matteo Marsaglia, Mattia Casse, Hagen Patscheider,  Patrick Staudacher così come Peter Fill, Dominik Paris e Siegmar Klotz, tutti e tre leggermente influenzati, a cui l’annullamento ha fatto sicuramente comodo.  

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Un team di campioni per Vancouver 2010. A Londra sarà ancora più grande.

Verso Londra 2012

Un team di campioni per Vancouver 2010. A Londra sarà ancora più grande.

Dopo

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Piero Gros e Ingemar Stenmark

Gli azzurri e Garmisch

Piero Gros e Ingemar StenmarkUn oro e un bronzo per gli azzurri sono già stati accantonati dal formidabile Christof Innerhofer che nelle due gare veloci del Mondiale di Garmisch 2011 ha dimostrato il suo grande valore.

Gli azzurri hanno spesso fatto bene, quando non benissimo sul pendio della Kreuzeck – per discesa o superG – o sul Gudiberg, il ripidissimo piano inclinato che ospita lo stadio di slalom. Otto vittorie in Coppa del Mondo per il team maschile e una per le fanciulle. Gli azzurri sono secondi solo ad austriaci e svizzeri quanto a vittorie.

Prima di Innerhofer hanno vinto qui Manfred Moelgg in slalom nel febbraio del 2009. Il suo sucesso ha interrotto un digiuno che durava dal 1996, anno della vittoria di Werner Perathoner in superG. In quegli anni si era in piena ‘era-Tomba’. E in fatti La Bomba ha vinto nel ’95, nel ’94 e nel ’93, sempre in slalom speciale.

Nel 1994 l’unica vittoria femminile di una giovanissima Isolde Kostner, partita dal secondo gruppo, nel superG che vide la morte dell’austriaca Ulrike Maier.

Nel 1992 ancora un altoatesino vince un superG. Si tratta di Patrick Holzer, dinoccolato spilungone che sapeva far correre gli sci come un fulmine, ma che brillava per discontinuità.

Per ritrovare un azzurro in vetta bisogna fare qualche ulteriore passo indietro e arrivare all’era della Valanga Azzurra. Il compianto Fausto Radici vinse in speciale nel gennaio del 1976 e l’anno prima lo stesso fece Pierino Gros.

E’ di Pierino l’unica medaglia azzurra ai Mondiali di Garmisch del 1978, il ‘precedente’ iridato della località bavarese. L’argento conquistato con incredibile grinta dal piemontese, alle spalle di uno scatenato Ingemar Stenmark, vale molto per lo sci azzurro e rappresenta uno degli ultimi sprazzi del grande team che aveva dominato la metà degli anni settanta.

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Cesare_Rubini

Ciao Rubini.

Chiamava a casa nostra e diceva solo: “Sono Rubini”. Gli bastava quello per cercare mio papà e mettersi a chiacchierare di tutto un po’. Sport in generale, basket, altre cazzate. Quando veniva a trovarci era un piacere ascoltare Aldo, mio padre, e Cesare che potevano percorrere decenni di avventure forti di una grande cultura e di una passione sconfinata per il proprio lavoro. Rubini faceva un po’ paura con quel vocione e quelle dimensioni, per il sottoscritto. Ma chiacchierava volentieri anche con me di cui conosceva la grande passione cestistica (almeno finchè Mike D’Antoni era il play di Milano).

Vi lascio leggere, se lo volete, un pezzetto del libro che Aldo Pacor e Oscar Eleni hanno dedicato al ‘Principe’: Sono Rubini.

Nel primo capitolo, scritto da mio padre, c’è tanto Rubini, ma tra le righe trovo anche molto di mio padre. La perdita di Rubini riapre una ferita… Ciao Rubini. Ciao papà.

La depressione, lo stress, vado in analisi, l’incubo del XX secolo, Freud, Jung, il castello di Kafka, il destino me lo sono costruito da solo, combattendo, lottando senza cedimenti, sbaraccando gli ostacoli anche con faccia tosta, a vent’anni sapevo già che sarei andato lontano, pilotando stormi di ardimentosi, mi stuzzicava il concetto. Avevo fatto le mie scelte.
Nel ’46, all’Anagrafe di Como che mi aveva fatto la classica domanda: professione?, risposi  secco, giocatore di palla al cesto e di waterpolo.Venivo da Trieste, dove lo sport non era proprio un hobby, ma eredità della cultura della Mitteleuropa. Ero un dilettante che si comportava già da professionista, al contrario di tanti professionisti di oggi che si comportano da dilettanti. E quest’ultima è una delle contraddizioni più acute che ruotano nel nostro basket.
Il mio futuro ha mezzo secolo di traversata nel profondo delle vicende agonistiche e politico-sportive nazionali. Sono Rubini, Cesare Rubini, il Principe, il Padrino, per i napoletani sono ancora ‘o Monacone. Per gli americani sono un italiano che sorprende sempre per la sua eleganza e per le sue cravatte , e questo per noi fa parte di una certa normalità, ma che soprattutto ha vinto tanto in mezzo ai canestri, giocando e guidando, e che per questo, fatto eccezionale, è entrato , unico del mio Paese, nell’Hall of Fame di Springfield , Massachusetts, con la benedizione di Bill Clinton, anche se  uguale riconoscimento me lo sarei meritato pure per il mio passato nella pallanuoto. Continua >
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