lab (nel senso che siete in una pasticceria…)
Macchina del Tempo
Le volate per la Coppa
11 apr
Negli Stati Uniti ci sono personaggi che studiano e rinnovano la storia dello Sci. Uno di questi si chiama John Fry, e ogni tanto mi contatta per pareri e statistiche.
Questa volta mi ha chiesto di fare qualche passo indietro e analizzare le volate per la Coppa del Mondo.
Nei primissimi anni della Coppa (1966/67 e 1967/68) gli atleti ad altissimo livello non erano molti e solo i primi dieci conquistavano punti.
Nella prima stagione femminile (1966/67) la canadese Nancy Greene supera all’ultima gara la francese Marielle Goitschel grazie a tre vittorie consecutive nelle ultime tre gare. 176 a 172 per la canadese.
Nel 1978 Annemarie Proell vince le ultime quattro gare, ma non riesce ad agganciare la sciatrice del Liechtenstein Hanni Wenzel, per la formula degli scarti… solo i migliori tre risultati per disciplina erano validi in quella stagione. 154 per la Wenzel, 147 per la Proell. Continua >
Gli azzurri e Garmisch
13 feb
Un oro e un bronzo per gli azzurri sono già stati accantonati dal formidabile Christof Innerhofer che nelle due gare veloci del Mondiale di Garmisch 2011 ha dimostrato il suo grande valore.
Gli azzurri hanno spesso fatto bene, quando non benissimo sul pendio della Kreuzeck – per discesa o superG – o sul Gudiberg, il ripidissimo piano inclinato che ospita lo stadio di slalom. Otto vittorie in Coppa del Mondo per il team maschile e una per le fanciulle. Gli azzurri sono secondi solo ad austriaci e svizzeri quanto a vittorie.
Prima di Innerhofer hanno vinto qui Manfred Moelgg in slalom nel febbraio del 2009. Il suo sucesso ha interrotto un digiuno che durava dal 1996, anno della vittoria di Werner Perathoner in superG. In quegli anni si era in piena ‘era-Tomba’. E in fatti La Bomba ha vinto nel ’95, nel ’94 e nel ’93, sempre in slalom speciale.
Nel 1994 l’unica vittoria femminile di una giovanissima Isolde Kostner, partita dal secondo gruppo, nel superG che vide la morte dell’austriaca Ulrike Maier.
Nel 1992 ancora un altoatesino vince un superG. Si tratta di Patrick Holzer, dinoccolato spilungone che sapeva far correre gli sci come un fulmine, ma che brillava per discontinuità.
Per ritrovare un azzurro in vetta bisogna fare qualche ulteriore passo indietro e arrivare all’era della Valanga Azzurra. Il compianto Fausto Radici vinse in speciale nel gennaio del 1976 e l’anno prima lo stesso fece Pierino Gros.
E’ di Pierino l’unica medaglia azzurra ai Mondiali di Garmisch del 1978, il ‘precedente’ iridato della località bavarese. L’argento conquistato con incredibile grinta dal piemontese, alle spalle di uno scatenato Ingemar Stenmark, vale molto per lo sci azzurro e rappresenta uno degli ultimi sprazzi del grande team che aveva dominato la metà degli anni settanta.
Ciao Rubini.
8 feb
Chiamava a casa nostra e diceva solo: “Sono Rubini”. Gli bastava quello per cercare mio papà e mettersi a chiacchierare di tutto un po’. Sport in generale, basket, altre cazzate. Quando veniva a trovarci era un piacere ascoltare Aldo, mio padre, e Cesare che potevano percorrere decenni di avventure forti di una grande cultura e di una passione sconfinata per il proprio lavoro. Rubini faceva un po’ paura con quel vocione e quelle dimensioni, per il sottoscritto. Ma chiacchierava volentieri anche con me di cui conosceva la grande passione cestistica (almeno finchè Mike D’Antoni era il play di Milano).
Vi lascio leggere, se lo volete, un pezzetto del libro che Aldo Pacor e Oscar Eleni hanno dedicato al ‘Principe’: Sono Rubini.
Nel primo capitolo, scritto da mio padre, c’è tanto Rubini, ma tra le righe trovo anche molto di mio padre. La perdita di Rubini riapre una ferita… Ciao Rubini. Ciao papà.
La depressione, lo stress, vado in analisi, l’incubo del XX secolo, Freud, Jung, il castello di Kafka, il destino me lo sono costruito da solo, combattendo, lottando senza cedimenti, sbaraccando gli ostacoli anche con faccia tosta, a vent’anni sapevo già che sarei andato lontano, pilotando stormi di ardimentosi, mi stuzzicava il concetto. Avevo fatto le mie scelte.Nel ’46, all’Anagrafe di Como che mi aveva fatto la classica domanda: professione?, risposi secco, giocatore di palla al cesto e di waterpolo.Venivo da Trieste, dove lo sport non era proprio un hobby, ma eredità della cultura della Mitteleuropa. Ero un dilettante che si comportava già da professionista, al contrario di tanti professionisti di oggi che si comportano da dilettanti. E quest’ultima è una delle contraddizioni più acute che ruotano nel nostro basket.Il mio futuro ha mezzo secolo di traversata nel profondo delle vicende agonistiche e politico-sportive nazionali. Sono Rubini, Cesare Rubini, il Principe, il Padrino, per i napoletani sono ancora ‘o Monacone. Per gli americani sono un italiano che sorprende sempre per la sua eleganza e per le sue cravatte , e questo per noi fa parte di una certa normalità, ma che soprattutto ha vinto tanto in mezzo ai canestri, giocando e guidando, e che per questo, fatto eccezionale, è entrato , unico del mio Paese, nell’Hall of Fame di Springfield , Massachusetts, con la benedizione di Bill Clinton, anche se uguale riconoscimento me lo sarei meritato pure per il mio passato nella pallanuoto. Continua >
Bormio e Coppa del Mondo. La storia continua?
5 gen
Anche quest’anno ho dovuto leggere le polemiche effervescenti che la gara scatena. Troppo spesso polemiche poco comprensibili. In questi giorni, sulla Provincia di Sondrio, si sono alternati alcuni commenti. I più taglienti a firma Mario Cotelli.
Vorrei provare ad aggiungere alcuni elementi.
1) “La gara è stata un flop senza precedenti: 521.000 ascoltatori su Raisport, 23.000 su Eurosport” scrive Cotelli. Dati confermati da Roberto Nosotti di Infront. Si mette per l’ennesima volta in discussione la portata promozionale dell’evento.
- Scordiamoci i dati di ascolto del passato. Con il passaggio al digitale terrestre e la diffusione del satellite si è passati ai micro-ascolti. Negli anni della Valanga i canali erano due o tre. Nell’era Tomba una dozzina. Ora un migliaio. Solo in Valtellina i canali ricevibili sono triplicati. Quindi i confronti con il passato non solo non reggono, ma lo scenario è profondamente diverso.
- Lo sci non lo caga più nessuno (scusate il francesismo). L’età media degli sciatori è in aumento anno dopo anno. Sciare è scomodo e costoso. L’evento agonistico in tv è poco attraente, troppo lungo e noioso. La programmazione sciistica è sempre più rarefatta e limitata ai canali tematici (vedi i microascolti), mentre nel passato è stato possibile godere del martellamento di Rai, Mediaset, Telemontecarlo, Tele Capodistria, Televisione Svizzera, Tele+. La gara era live su tre emittenti in lingua italiana. Le rubriche di approfondimento erano tre o quattro (non ricordo l’approfondimento RAI, ma ricordo bene Obiettivo Sci, Pianeta Neve, TMSci (;-D). Mancando la TV, sono mancati i giornali. A Bormio, dei tre giornali sportivi era presente la Gazzetta dello Sport e Tuttosport. Dei giornali nazionali più importanti: nessuno. Corriere, Repubblica, la Stampa assenti. Negli anni ottanta ci sarebbero stati almeno 20 giornalisti italiani a rappresentare agenzie e quotidiani. Oggi sono 6 o 7. Compresi i colleghi delle testate locali. Continua >
Parallelo. La FIS ci riprova a Monaco.
8 set
Testa a testa. Faccia a faccia. Due campioni che si sfidano fianco a fianco, contemporaneamente, di fronte al pubblico. Lo slalom parallelo ha gli elementi per rappresentare un grande evento spettacolare e con un buon valore sportivo.
Immediata è la percezione del ritardo di un atleta rispetto all’altro. Alta la percentuale di adrenalina dall’apertura del cancelletto in poi. Peccato che le esperienze passate non siano sempre state così indimenticabili.
Un solo parallelo ha assunto i veri contorni del mito: quello che ha chiuso la stagione 1974/75 in Val Gardena, mettendo di fronte due dei tre grandi protagonisti della stagione. Tra atleti sono arrivati all’ultima gara, lo slalom parallelo, appunto, a pari punti: Franz Klammer, discesista e gigantista (al tempo), poi Ingemar Stenmark e Gustav Thoeni. I due si sono trovati nel finale testa a testa, ma il loro percorso è stato facilitato da giochi di squadra, alleanze, combine. Questo può già dimostrare un primo limite della formula, ma ce ne sono altri: il cancelletto spesso si inceppa provocando la caduta di uno dei due atleti, i due tracciati non saranno mai perfettamente uguali e quindi è possibile guadagnare un buon margine da difendere, giusto per fare qualche esempio.
Il parallelo ha avuto grande diffusione nello sci professionistico nord-americano, dove i valori spoettacolari (e i premi in palio) permettevano di superare facilmente i dubbi dal punto di vista tecnico.
Dopo il 1975 i paralleli in calendario servivano solo a chiudere la stagione con una festa di gruppo che spesso finiva a palle di neve. Nella stagione 1997/98 tre paralleli vennero inseriti nel calendario (due femminili e uno maschile). Poteva bastare.
Certo che l’effetto di vedere danzare affiancati due campioni, magari vederli affrontare uno o due salti…
I vincitori dei paralleli maschili. Per le donne, vai su ski-db.
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Storie di Olimpiade – 4: Nagano ’98
10 dic
Grande a Nagano 1998
Nagano 1998: Olimpiadi incasinate, nebbiose, nevose, notturne. Per me Olimpiadi mancate… Le uniche dal 1992.
Nel 1998 lavoravo per Mediaset e i due inviati sul campo erano i prodi Stefano Vegliani e Guido Meda. Io gli davo una mano da Milano nella ricezione e montaggio dei servizi, nel tenere d’occhio le agenzie, nell’aggiornare ‘Prima Pagina’ con le ultimissime dal Giappone e, ogni tanto, nel sparare qualche pezzetto un po’ ‘fru-fru’ su ordine del direttore di Studio Aperto Liguori e dei suoi.
Storie di Olimpiade – 3 Lillehammer ’94
25 nov

Accredito a Morioka
Conclusa l’esperienza di Albertville l’anno seguente sono finito in Giappone per i Mondiali, sempre per tele+. Esperienza terrificante. Allucinante. Sole alla sveglia, a colazione pioggia con terremotino incluso, si viaggia verso Shizukuishi, sede delle gare, e arriva il vento. Poi la neve. La pioggia. Le cavallette.
Ogni giorno in sala stampa l’amico Hugo Steinegger, capo ufficio stampa, aggiornava, tra il rassegnato e il divertito, le previsioni e il nuovo calendario. “Due to weather condition the Men’s Downhill Training has been cancelled”.
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Coppa del Mondo: quale futuro?
17 nov
Antonio, che mi ha beccato su facebook, mi fa questa interessante domanda:
Non so se hai letto le proposte di Giorgio Rocca su La Gazzetta dello Sport per rivitalizzare la coppa del mondo di sci. Vale a dire un circuito con decine e decine di gare come nel tennis e punteggi diversificati a seconda dell’importanza della competizione a cui si partecipa e, dice Rocca, anche del livello degli avversari.
Ecco, pensi che sia una cosa fattibile in un futuro non molto lontano oppure è proprio un progetto irrealizzabile?
E secondo te, con un simile progetto che ammetto essere suggestivo almeno sulla carta, pensi che lo sci ne guadagnerebbe in popolarità ed interesse rispetto ad ora oppure no?
Sento discutere di queste cose da anni. Le discussioni con Mario Cotelli sull’argomento sono sempre state molto accese. Mario ha sempre avuto fiuto e in questo caso ha spesso parlato di necessità, da parte della Coppa del Mondo, di cambiare… per non sparire.
Nelle discussioni si parlava di una stagione che si chiude verso natale, con una grande finale, dopo un anno esatto di gare e di sfide. Da gennaio, con le grandi classiche, all’estate nell’emisfero sud, ecc. ecc.
Bella idea.
Torniamo alla nostra realtà. C’è una Coppa del Mondo superaffollata. Con un calendario ammazza atleti. C’è una Coppa Europa che non ha visibilità e che potrebbe essere valorizzata.
Alcune idee:
- Gare di Coppa con meno atleti (30-40 al massimo) e niente gare infrasettimanali.
- Gare di Coppa Europa con partecipazione più qualificata che permettono ai concorrenti di muovere in ‘tempo-reale’ la WCSL e quindi di qualificarsi per la gara di Coppa del Mondo successiva.
- Gare FIS a inviti con lo stesso sistema e un coefficiente di punti più basso.
Bene, no?!? Qualche anno fa ne ho parlato in modo abbastanza approfondito con Gian Franco Kasper e lui era d’accordo sul fatto di dover rinnovare il ‘sistema Coppa’. Ma c’è un problema. Le Federazioni Nazionali. C’è un problema che non è la FIS, e nemmeno chi la governa. Molte nazioni, infatti, non vogliono rinunciare ai loro contingenti di partecipazione in Coppa del Mondo. Un superG con i migliori 30 potrebbe avere (magari più in passato che oggi) 10 o più austriaci. Ogni squadra dovrebbe poter portare non più di 6-7 atleti.
Poi c’è il problema delle ‘small nations’ i tanti elettori federali che contano poco sulla neve dello sci alpino, ma moltissimo nella designazione delle località iridate. Queste piccole nazioni rischierebbero di sparire dalla Coppa del Mondo perchè comunque i 30-40 partenti devono essere al massimo tra i primi 50 al mondo!
Quindi: l’idea di Giorgione non è niente male! Per quanto riguarda la (ri)crescita del fenomeno sci… il tutto è legato alla televisione. Banale. Ma vero.
A cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90 potevi scegliere dove vedere lo sci (a seconda delle zone geografiche). RAI, TMC, TSI, Capodistria. Con ore e ore di dirette. Pre-gara di mezz’ora. Interviste ai protagonisti italiani e stranieri. Alphand, Kosir, Aamodt, Girardelli e tanti altri erano volti noti. Conosciuti. Ricordo un pezzo di autostrada tra Affi e Ponte Gardena in cui mi sono messo alle calcagna della Citroen station di Marc Girardelli e ricordo la quantità di gente che lo affiancava per salutarlo, applaudirlo.
Ora Raisport o Eurosport. Senza programmi di supporto. Senza pre-gara o post-gara. Spesso senza interviste. E quando ci sono si vedono quasi solo gli azzurri.
Questa è una prima differenza.
Poi il costo dell’accesso ai diritti TV. Che impedisce, o ostacola, la diffusione dello sci in un momento così critico.
Sono passati vent’anni dall’era Tomba e quella miracolosa epopea è irripetibile.
Sono curioso di vedere se le Olimpiadi su Sky riusciranno a spingere in qualche modo questo fenomeno, ma una paytv, satellitare, non ha la dirompente forza di “rincoglionimento” di massa che mammarai poteva imporre nel passato. Una volta erano 6/7 i canali guardabili e sullo sci ci finiva anche la casalinga di Voghera. Oggi i canali sono centinaia. E trovare lo sci non è facile.
E mi manca molto il fatto di non potermi rincoglionire con lo sci come con i Gattai, i Cotelli, i Coppi, i Focolari e i Sandri Vidrih.
Storie di Olimpiade – 1
17 nov
Vancouver 2010 sarà la mia sesta Olimpiade ‘professionale’, la quinta da vivere sul posto. Tutte invernali.
A casa, però, si è vissuto sport da sempre e i primi ricordi Olimpici risalgono al 1976. Olimpiadi di Innsbruck. Mio padre, come sempre (dal 1968) sul posto. Io con mia mamma tra Milano e Gressoney e le gare da vivere in bianco e nero. Spesso sulla TV Svizzera grazie alla voce di Giuseppe Albertini.
Tifo sfrenato per Ingemar Stenmark che a Innsbruck deluse in slalom e riuscì nella rimonta verso la medaglia in gigante con una seconda manche favolosa.
Poi tifo per Franz Klammer. Sciavo a Gressoney ed ero riconoscibile per la tecnica tremenda (a 10 anni facevo davvero schifino), per casco il Carrera uguale a quelli del Wunderteam e soprattutto per un paio di RC4 Junior uguali, per me, a quelli del Kaiser.
Delle Olimpiadi di Lake Placid 1980 ho ricordi più vaghi. Sempre Stenmark, poi il tifo per la nazionale sovietica di hockey che potevo seguire grazie alla TSI anche ai mondiali ed europei.
Una delle cose che forse non mi fanno amare quei Giochi è legata alla mia infanzia, ad un amico, che a Lake Placid avrebbe potuto essere un protagonista: Leonardo David.
Conservo, ben nascosto, uno dei suoi ultimi pettorali di gara. Campionati Italiani a Cortina. Poco prima della sua partenza verso le preolimpiche. Non fece la seconda manche (del gigante, credo) perchè non si sentiva molto bene. Scendemmo assieme dal muro della Olimpia delle Tofane. Lui aveva ai piedi gli sci da libera (mi pare) e faceva slalom come se niente fosse.
Un anno dopo, il buio. L’ho rivisto alcune volte quando la sorella lo portava a Gressoney St. Jean a vedere facce amiche. Gli stessi riccioli. Lo sguardo spento. Noi che cercavamo di parlare nel modo più naturale possibile. Un destino terribile per quello che poteva essere un Alberto Tomba degli anni ottanta.
1984, Sarajevo. Olimpiadi viste con la simpatia di chi frequentava la Jugoslavia per turismo e per visita parenti.
Tra gli amici dello sci jugo potrei pensare a Jure Franko (non lo vedo più da anni, ma ai mondiali di Morioka è stato una specie di guida per capire il Giappone sciistico), Tone Vogrinec, il mitico allenatore, direttore, supermegacapo dello sci sloveno per mezza vita. Poi Bostjan Gaser, il manager della Elan che ogni tanto mi infilava nel bagagliaio un paio di Elan scartati dal team norvegese (erano 210!, rigorosamente, ma filavano come missili), poi Ales Gartner, il tecnico del team norvegese scomparso prematuramente. Poi Rok Petrovic, l’intellettuale, il filosofo, il grande slalomista scomparso nelle sue (nostre, potrei dire) amate acque della dalmazia durante una caccia alla cernia.
Anni dopo si è aggiunto Jure Kosir, ma lo metto tra gli sloveni perchè è sotto a quella bandiera che ha vinto tanto.
Di Sarajevo ricordo la Magoni nel nebbione. Le lacrime di Ninna Quario. La rabbia nel non potersi gustare la lotta per l’oro di Girardelli e Stenmark: il primo stoppato dal cambio di nazionalità, il secondo a causa del ‘professionismo’ a cui tutti puntavano.
Passiamo al 1988. Olimpiadi canadesi, vissute praticamente attaccato alla TV e al telefono per farmi raccontare da mio padre tutte le novità e le curiosità. Olimpiadi rivoluzionarie dal punto di vista mediatico: RAI, TSI, Capodistira, TMC. Una vera invasione di sci. Certo che così si diventa sport di massa. E l’inverno con un Tomba che cavalca un’ondata di vittorie fa il resto.
Che Olimpiadi! E poi il gusto di vedere trionfare nell’hockey la squadra sovietica davanti ai maestri canadesi. E Katarina Witt…


